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Cacciatore di teste

LE COUPERET

Titolo: CACCIATORE DI TESTE
Regia: Costa-Gavras
Con: José Garcia, Karin Viard, Geordy Monfils, Christa Theret, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet, Yvon Back.

Cacciatore di teste

 

COMMENTO DI CALOGERO MESSINA

Si respira un’aria di “malasocietà” – in questi ultimi tempi – al cinema! Assassini che la fanno franca (l’omicida per riscatto sociale Chris viene “graziato” da un Woody Allen sardonico ed abile direttore di destini umani!) e lavoratori licenziati “sull’orlo di una crisi di nervi”(dal Vincent di “A tempo pieno”, bugiardo che si finge un importante funzionario, al Dick di Jim Carrey che organizza, insieme alla moglie, imbranate rapine per continuare a sopravvivere) la fanno da protagonisti e da eroi sul grande schermo!

Adesso è il turno di Bruno D. – dirigente in una fabbrica di carta - che dopo quindici anni di fedele servizio viene brutalmente licenziato a causa di una ridistribuzione economica , in altre parole di una “terziarizzazione”. Dopo tre anni, ancora disoccupato, decide di conquistare il posto che reputa di meritarsi presso la prestigiosa Arcadia Corporation trasformandosi in un “naturale” e spietato serial killer alla caccia di tutti gli aspiranti pretendenti alla sua ambita poltrona. Dal libro “The Ax” dello scrittore americano Donald Westlake (suoi anche “Payback” e “Two Much”), il sempre lucido ed infallibile Costa- Gavras (“Amen”) costruisce un teso, ironico, surreale e straziante thriller dell’animo umano – “Cacciatore di teste” – che ci avvince per perfetta costruzione narrativa, regia lineare e corposa ed interpreti in stato di grazia. Come Jose Garcia - il disoccupato Bruno - solido, glaciale ed emotivamente fragile che ci rende partecipe della sua tragedia con spirito disincantato e lucida apatia.

Un uomo non è ciò che pensa e men che meno il lavoro che fa: un uomo, alla fine, è l’insieme delle sue ansie, amori, passioni e gusti. Un uomo, insomma, non è altro che il suo stile

così scrive il cileno Alberto Fuguet ma in tempi ammalati di individualismo” e di ricerca disperata dello “status symbol” , l’umanità raccontata da Gravas diventa lo specchio fedele e distorto di una società civile “amorale”che nell’affermazione e promozione lavorativa trova l’unico e solo sbocco per una vita dignitosa e “normale”.

 

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